Apollo Global Management si trova di fronte a un ingorgo nel private equity da 4 mila miliardi di dollari nonostante gli utili da commissioni record
Apollo Global Management ha appena dimostrato che è possibile registrare numeri da record e lasciare comunque gli investitori intenti a leggere le clausole in piccolo. Il gruppo ha pubblicato i risultati del secondo trimestre 2026 il 4 agosto, con guadagni legati alle commissioni pari a 785 milioni di dollari, in aumento del 25% su base annua, insieme a 877 milioni di dollari di utili legati agli spread.
Ma la divisione di private equity ha raccontato una storia diversa. Il ramo PE di Apollo, che gestisce circa 190 società in portafoglio e 70 miliardi di dollari di asset in gestione, ha registrato risultati deboli rispetto ai concorrenti, penalizzati da un contesto di mercato che rende difficile la vendita delle aziende partecipate.
Il grande ingorgo del private equity
Il settore del private equity è seduto su circa 4 mila miliardi di dollari in attività invendute. I periodi di detenzione medi sono praticamente raddoppiati, arrivando a circa otto anni. Per dare un’idea, quando molte di queste operazioni sono state sottoscritte, le società prevedevano un’uscita nell’arco di tre-cinque anni. Ogni anno in più in cui un fondo mantiene una società in portafoglio, il tasso interno di rendimento si comprime.
Un gruppo da mille miliardi con il mal di testa del private equity
Apollo ha superato la soglia di 1 mila miliardi di dollari di asset in gestione totali all’inizio del 2026, consolidando la sua posizione tra i maggiori gestori di asset alternativi al mondo. Questo traguardo è stato raggiunto soprattutto grazie alla crescita esplosiva delle attività di credito e servizi pensionistici, che beneficiano di Athene, la piattaforma assicurativa che fornisce ad Apollo un flusso costante di capitale a lungo termine.
La cifra relativa agli utili da commissioni, pari a 785 milioni di dollari, riflette la salute del franchise più ampio. Gli utili da spread di 877 milioni evidenziano la forza del motore assicurativo e del credito.
Antoine Munfakh, Deputy Global Head of Private Equity di Apollo, ha segnalato una maggiore dispersione dei rendimenti nell’universo PE. La sua preoccupazione riguarda le valutazioni aggressive, in particolare negli investimenti a forte componente tecnologica e software che hanno attirato capitali ingenti durante la fase di tassi bassi. La stessa strategia di Apollo si è spostata verso quelle che il gruppo definisce aziende “HALO”, acronimo di heavy asset, low obsolescence, cioè asset pesanti e bassa obsolescenza, che comprendono infrastrutture, servizi industriali e settori in cui il rischio di disruption è minore e i flussi di cassa sono più prevedibili.
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