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I dati storici mostrano che un singolo aumento dei tassi non è sufficiente per porre fine al mercato toro; solo un intero ciclo di restrizione rappresenta una vera minaccia.

I dati storici mostrano che un singolo aumento dei tassi non è sufficiente per porre fine al mercato toro; solo un intero ciclo di restrizione rappresenta una vera minaccia.

华尔街见闻华尔街见闻2026/09/14 11:40
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Dal 1945, l’S&P 500 ha registrato 12 mercati ribassisti con un calo superiore al 20% e 4 forti correzioni tra il 18% e il 20%. Sei di questi episodi si sono verificati direttamente dopo cicli di rialzo dei tassi che hanno causato una recessione, mentre altri due non erano legati né all’aumento dei tassi né alla recessione. Goldman Sachs ritiene che il mercato abbia già scontato molte aspettative di rialzo dei tassi; Morgan Stanley avverte che l’aumento dei rendimenti potrebbe innescare una correzione; JPMorgan si concentra invece sui prezzi del petrolio e sui profitti aziendali.

Mentre crescono le aspettative di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, gli strateghi di Wall Street non sono diventati ribassisti sulle azioni statunitensi. Morgan Stanley, JPMorgan e Goldman Sachs ritengono che il mercato abbia già prezzato il cambio di politica, mentre gli utili societari e la crescita economica restano i principali fattori di sostegno per il mercato azionario. Un singolo rialzo dei tassi potrebbe non cambiare la direzione di medio termine di questo ciclo di mercato.

Attualmente il mercato prevede che la probabilità di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve questa settimana sia salita all’87%; se ciò dovesse accadere, si tratterebbe del primo rialzo in tre anni. Nel frattempo, l’indice S&P 500 si trova a meno del 2% dai suoi massimi storici, e gli utili societari restano solidi. Più che al rialzo dei tassi in sé, gli strateghi guardano a se il restringimento della politica monetaria possa ulteriormente frenare l’attività economica e i profitti delle imprese.

Anche l’esperienza storica mostra che rialzi prolungati dei tassi e recessioni tendono a essere fattori scatenanti per mercati orso più di singoli aggiustamenti di politica. Secondo un’analisi Bloomberg, dal 1945 l’S&P 500 ha vissuto 12 mercati orso con cali superiori al 20% e 4 correzioni profonde con perdite tra il 18% e il 20%. Sei di questi episodi sono avvenuti dopo che cicli di rialzo dei tassi hanno portato a recessioni, mentre altri due non sono stati innescati né da rialzi dei tassi né da recessioni.

L’attuale pressione di breve termine proviene soprattutto da inflazione e tassi di interesse. Il prezzo del petrolio resta sopra i 100 dollari al barile, e il rendimento dei Treasury USA a 10 anni si avvicina al 5%, rinnovando i timori del mercato sulle pressioni inflazionistiche. Dalla metà di agosto, dopo aver raggiunto nuovi massimi storici, le azioni americane hanno oscillato; lunedì i futures sul Nasdaq 100 sono scesi dell’1,6%.

Il punto di vista di Wall Street: utili, rendimenti e prezzo del petrolio sono le tre direttrici principali

Ben Snider, chief US equity strategist di Goldman Sachs, ha affermato che il mercato ha già scontato l’ipotesi di oltre tre rialzi dei tassi nei prossimi dodici mesi, mentre sia gli utili aziendali sia i bilanci restano solidi. Pertanto, il cambio di politica in sé potrebbe avere un impatto limitato sulle azioni.

Lo stratega di Morgan Stanley, Michael Wilson, invece si concentra sui rendimenti dei Treasury USA. Se l’inflazione dovesse superare nettamente le attese, i mercati azionari statunitensi potrebbero subire una correzione tecnica di circa il 10%. In particolare, con il prezzo del petrolio nuovamente sopra i 100 dollari al barile e l’instabilità geopolitica in Medio Oriente, l’ulteriore salita dei rendimenti a lunga scadenza potrebbe accentuare la pressione sui titoli a valutazioni elevate.

Tuttavia, Wilson sottolinea che è importante distinguere le cause dell’aumento dei rendimenti. Se il rialzo dei rendimenti decennali riflette soprattutto una crescita economica nominale più forte, e non un’inflazione fuori controllo, il mercato azionario ha ancora margini di tenuta. In questo scenario, le azioni possono continuare a offrire una certa protezione contro l’inflazione.

Il team strategico di JPMorgan invece identifica il prezzo del petrolio come variabile determinante per i mercati a breve termine. Un ulteriore aumento del prezzo del greggio potrebbe spingere le aspettative d’inflazione più in alto e comprimere ulteriormente le valutazioni azionarie; mentre un calo delle pressioni sui prezzi dell’energia aiuterebbe i mercati a digerire meglio l’impatto dei rialzi dei tassi.

Mislav Matejka, responsabile della strategia azionaria di JPMorgan, ricorda inoltre che settembre è storicamente un mese debole per le azioni statunitensi e i fattori stagionali potrebbero amplificare la volatilità attuale. Tuttavia, nel lungo periodo, la capacità del mercato di restare forte dipende ancora dalla performance economica e degli utili, e non da singoli eventi di politica monetaria.

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