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La speranza di una tregua tra Stati Uniti e Iran incontra nuove difficoltà! Trump respinge la proposta iraniana di sette giorni; sotto il prezzo del petrolio a cento dollari, la pressione dell'inflazione è difficile da dissipare

La speranza di una tregua tra Stati Uniti e Iran incontra nuove difficoltà! Trump respinge la proposta iraniana di sette giorni; sotto il prezzo del petrolio a cento dollari, la pressione dell'inflazione è difficile da dissipare

智通财经智通财经2026/09/26 02:31
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Per:智通财经

Trump rifiuta il cessate il fuoco con l’Iran, si prevede che dopo le elezioni di metà mandato ci saranno nuovi bombardamenti. Il presidente dubita che Teheran soddisferà le sue richieste.

Secondo quanto riportato da testate giornalistiche che citano fonti informate, il presidente degli Stati Uniti Trump avrebbe rifiutato la proposta iraniana di una tregua di sette giorni e avrebbe comunicato ai suoi collaboratori l'intenzione di riprendere i bombardamenti contro l'Iran dopo le elezioni di metà mandato di novembre. Il governo iraniano aveva già dichiarato di essere disposto a riaprire lo Stretto, a riprendere i negoziati sul nucleare in cambio della revoca del blocco statunitense sui porti iraniani, specificando però che Teheran non avrebbe mostrato alcuna flessibilità sul programma nucleare e non avrebbe rinunciato ai propri diritti, incluso l'arricchimento dell'uranio.

Il processo diplomatico volto ad allentare le tensioni tra Stati Uniti e Iran incontra quindi un nuovo ostacolo significativo: la possibilità che lo Stretto di Hormuz torni ad essere stabilmente navigabile continua a incidere sull'offerta globale di energia e sulle aspettative di inflazione. Al centro di questo rinnovato dissidio vi è la volontà di entrambe le parti di mantenere intatti i propri strumenti di pressione, chiedendo nel contempo all'altra parte la concessione di benefici tangibili come primo passo.

Secondo le fonti giornalistiche e i mediatori regionali citati, tra le condizioni avanzate dall’Iran vi sarebbero anche lo sblocco parziale degli asset, la revoca delle sanzioni sull’export del petrolio, allo scopo di alleviare gli effetti del blocco sulle entrate in valuta estera e sull’economia interna; gli Stati Uniti, dal canto loro, puntano a mantenere la pressione economica per ottenere condizioni più favorevoli sia sul tema nucleare sia sulle questioni di sicurezza regionale. Fonti statunitensi ritengono che le operazioni di scorta abbiano già consentito a parte delle petroliere di attraversare lo Stretto, rendendo al momento non necessaria la revoca del blocco in cambio della libertà di navigazione. Questo crea uno stallo: l'Iran collega la ripresa del traffico marittimo a un allentamento delle sanzioni economiche, mentre gli Stati Uniti tentano di migliorare la situazione dei trasporti pur mantenendo il blocco.

Il cosiddetto “Piano dei sette giorni” prevede inoltre un quadro di attuazione per fasi. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha dichiarato pubblicamente che, se gli Stati Uniti accettassero la proposta, dovrebbero implementare le misure previste entro quattro o cinque giorni, per poi riprendere la navigazione nello Stretto al sesto giorno e avviare il negoziato per l’accordo finale al settimo giorno. Navigazione, inizio dei negoziati e raggiungimento di un’intesa sul nucleare rappresentano dunque tre fasi distinte. Prima che giungesse la notizia del rifiuto del piano, i funzionari statunitensi avevano ancora giudicato positivi e costruttivi i contatti mediati, segno che il canale di dialogo resta aperto ma permane una divergenza significativa sulla concreta accettazione dei termini.

Vincoli politici e militari rendono inoltre il percorso successivo incerto. Trump ha affermato pubblicamente che la gestione della questione nucleare iraniana non sarà dettata da calcoli elettorali; fonti interne all’amministrazione statunitense, tuttavia, considerano il periodo immediatamente successivo alle elezioni di metà mandato come una possibile finestra d’azione. Al contempo, Washington deve ponderare la disponibilità di armamenti rispetto a eventuali altri conflitti potenziali. Dal lato iraniano, gli sforzi diplomatici per alleviare le pressioni economiche convivono con la posizione intransigente dei Pasdaran, che sono pronti a proseguire la linea dello scontro, complicando l’approvazione e l’attuazione del piano anche sul fronte interno. Gli investitori dovranno monitorare se queste posizioni si tradurranno in accordi concreti e se lo Stretto di Hormuz, insieme al Mar Rosso presso lo stretto di Bab el-Mandeb – anch’esso minacciato da attacchi Houthi – potrà realmente tornare a garantire un flusso energetico stabile.

Il petrolio resta sopra i 100 dollari: l’incertezza sulla ripresa dell’offerta prolunga la pressione inflazionistica

I mercati energetici continuano a prezzare contemporaneamente “l’eventualità di una svolta diplomatica” e “la realtà di un’offerta ancora limitata”. Il 25 settembre, il future Brent ha chiuso in calo del 2,1% a 104,32 dollari al barile, mentre il WTI è sceso del 2,3% a 92,41. La correzione è stata favorita dalla speranza di una tregua e dalla possibilità che gli Stati Uniti limitino l’export di gasolio. Pertanto, le ultime notizie sul rifiuto di Trump non possono essere considerate una causa diretta del rincaro dei prezzi della giornata. Più rilevante è che il Brent, pur correggendo, resti sopra i 100 dollari, vicino ai massimi storici: il mercato, di fatto, non crede ancora nella rapida e completa ripresa delle esportazioni mediorientali.

Dal punto di vista della domanda-offerta fisica, la ripresa della navigazione non dipende solo dal transito delle navi nello Stretto, ma anche dalla riapertura dei porti, dalla ripresa delle assicurazioni, dall’organizzazione della logistica e dalla normalizzazione della produzione a monte. Come segnalato dalla U.S. Energy Information Administration nelle previsioni di settembre, le scorte globali di petrolio crude sono già scese di circa 400 milioni di barili nel 2023 e si prevede che resteranno penalizzate a lungo da vincoli sull’export del Medio Oriente, con la produzione della zona che non tornerà ai livelli medi precedenti la crisi fino al secondo trimestre del 2027. Il taglio delle scorte incrementa il rischio che nuovi attacchi, blocchi o sviluppi diplomatici provochino ulteriori forti oscillazioni dei prezzi.

Nel frattempo, anche le rotte alternative fuori dallo Stretto di Hormuz scontano il rischio di conflitti regionali: gli attacchi Houthi all’Arabia Saudita aumentano i timori per la sicurezza delle strutture petrolifere e delle vie di esportazione. In termini economici, questo implica che pure una parte del greggio svincolato dallo Stretto avrebbe comunque bisogno di rotte sicure per contribuire a lenire le tensioni dell’offerta globale. Di conseguenza, ogni ritardo nel raggiungimento di una tregua potrebbe prolungare il contesto di noli navali e costi assicurativi elevati e di rapido esaurimento delle scorte, trasformando lo shock inflazionistico energetico da evento di breve periodo a un fattore persistente che incide su costi aziendali e potere d’acquisto delle famiglie.

Dalla pressione inflazionistica dell'energia all'ascesa dei rendimenti sui Treasury a lunga scadenza

I prezzi dell’energia elevati e persistenti espandono l’impatto sui mercati finanziari tramite la durata del fenomeno inflazionistico e le aspettative di politica monetaria. Il 16 settembre la Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base, portando il federal funds target al range 3,75%-4,00%, sottolineando che l’inflazione resta elevata. Il vero focus in chiave politica è capire se lo shock energetico si stia trasmettendo anche ad altri beni, servizi e alle aspettative inflazionistiche del pubblico: se le imprese scaricano ripetutamente sui prezzi i costi aggiuntivi di trasporto e input, i mercati potrebbero alzare la proiezione del sentiero dei tassi e chiedere maggiori compensi per detenere obbligazioni a lunga scadenza.

Questa pressione si riflette già sui Treasury a dieci anni e oltre. Il 25 settembre, nel corso della giornata, il decennale ha toccato il 5,23%, massimo dal 2007, per poi scendere al 5,16% grazie alla correzione del petrolio; il trentennale ha sfiorato il 5,53%, livello record dal 2004, per poi portarsi a circa 5,49%. I rendimenti a lunga scadenza riflettono sia le aspettative sul breve termine che il premio a termine e non sono dovuti al 100% al prezzo del petrolio; tuttavia, la lentezza nella ripresa delle forniture energetiche genera ulteriori incertezze sulla traiettoria dell’inflazione. Come “ancora globale dell’asset pricing”, il rendimento del Treasury a 10 anni restando su livelli elevati fa salire i costi di finanziamento per imprese, mutui e influenza la valutazione dei titoli azionari.

Dal punto di vista teorico, il rendimento del Treasury a 10 anni è l’indice di riferimento risk-free r nella parte denominata “denominatore” del modello DCF di valutazione azionaria. Se non cambiano le altre variabili (specialmente le attese sulla cassa futura, che nei periodi tra una stagione di bilanci e l’altra tendono a essere poco presenti come catalizzatore), un tasso di riferimento sopra il 5% o su livelli storicamente elevati sta già mettendo sotto pressione le valutazioni dei titoli tecnologici più legati all’AI, delle obbligazioni high yield e degli asset rischiosi come le criptovalute.

Anche il dollaro è sostenuto dalle aspettative di tassi relativi più elevati. La fotografia di mercato del 25 settembre mostra che i trader attribuiscono una probabilità di circa il 66% a un ulteriore rialzo Fed in ottobre, in aumento rispetto al 58% della settimana precedente. L’indice del dollaro è sceso quel giorno a 100,95 in scia alla correzione del petrolio, ma dovrebbe segnare la seconda settimana consecutiva di rialzo. Ciò significa che le dinamiche di mercato non dipendono solo dalla ricerca di rifugio, ma sono guidate congiuntamente da inflazione energetica, traiettoria dei tassi USA e allocazione transfrontaliera dei capitali.

Su un piano strategico, i prezzi elevati dell’energia sostengono i flussi di cassa per le società del settore, mentre i tassi più alti penalizzano la valutazione degli altri asset. Le aziende upstream che vantano produzione stabile, costi sotto controllo e rotte logistiche affidabili riescono a beneficiare maggiormente dei prezzi realizzati, con vantaggi per debito, dividendi e buyback; nei settori aerei, logistica e industriali gli aumenti si riflettono direttamente sui costi operativi. Per il settore tech e le società che si occupano di AI infrastructure, la variabile macro principale resta invece il maggior costo del debito e il tasso di sconto più oneroso sui flussi di cassa futuri. Dunque, gli elementi da monitorare nei prossimi mesi sono i volumi reali di traffico nello Stretto, il trend delle scorte, le aspettative di inflazione e i rendimenti a lunga scadenza: da essi dipenderà la ridefinizione del valore relativo tra titoli energetici e società tecnologiche legate all’AI e alla potenza di calcolo.

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