Perché la crisi immobiliare non ha destabilizzato il tasso di cambio?
Negli ultimi anni, il mercato immobiliare è sceso su tutta la linea, ma la svalutazione dello yuan è stata inferiore alle attese, arrivando quest’anno persino ad apprezzarsi in modo consistente.
Nel 2021, il mercato immobiliare ha raggiunto un punto di svolta, con il tasso di cambio nominale dello yuan ai massimi storici (yuan offshore a 6,32); nel 2022, a causa della politica aggressiva di rialzo dei tassi della Federal Reserve, lo yuan si è deprezzato rapidamente (7,37), rimanendo su livelli bassi per oltre due anni; dall’aprile 2025 è entrato in un ciclo di apprezzamento, attualmente lo yuan offshore si aggira intorno a 6,71.
Il declino del settore immobiliare ha causato gravi danni alla domanda interna, all’occupazione, ai prezzi degli asset, alla crescita macroeconomica e alle aspettative sull’economia, tuttavia sia dal punto di vista dell’ampiezza della svalutazione sia dall’analisi causale, l’impatto del settore immobiliare sullo yuan non è evidente. Nel 2025, mentre il bilancio delle famiglie entra in una fase di recessione generalizzata, lo yuan si è al contrario apprezzato sul dollaro.
Perché accade questo?
L’esperienza del Giappone pone lo stesso interrogativo.
Nel 1990, il Giappone ha affrontato una crisi da bolla immobiliare, eppure lo yen non solo non si è svalutato, ma si è apprezzato per sei anni consecutivi, con il dollaro/yen passato da 160 a 79,8; successivamente, durante una lunga recessione da bilanci soccombenti, lo yen si è deprezzato sotto il colpo della crisi finanziaria asiatica, per poi riapprezzarsi a onde, raggiungendo nel 2011 quota 75; dopo l’introduzione dell’“Abenomics” nel 2013, il Giappone era già uscito dalla crisi dei bilanci, eppure lo yen ha continuato a svalutarsi, toccando quest’anno il minimo record di 163,98.
In entrambe le storiche crisi immobiliari di Cina e Giappone non si è osservato un indebolimento diretto e significativo della valuta nazionale: perché?
Questo articolo analizza l’impatto delle crisi immobiliari sui tassi di cambio, esplorando come questi shock agiscano tramite le politiche su export, domanda interna, struttura economica e andamento della valuta.
Logica dell’articolo
I. Esperienza giapponese
II. Esperienza cinese
III. Previsioni sul cambio
I. Esperienza giapponese
La crisi immobiliare degli anni '90 causò pesanti danni al sistema economico del Giappone, ma il tasso di cambio dello yen non ne tenne conto in tempo reale: anzi, tra il 1990 e il 1995, lo yen si apprezzò rapidamente.
Prendiamo come periodo di osservazione il 1995-2003, quando il settore immobiliare aveva già prodotto un impatto profondo sui bilanci di aziende e banche giapponesi.
Dai dati risulta che il debito a interesse delle aziende non finanziarie private giapponesi ha raggiunto il picco di 623,6 trilioni di yen nel 1995, scendendo a 425,6 trilioni nel 2003, per un calo cumulato del 31,8%; la posizione finanziaria netta, al netto del capitale sul lato passivo, è passata da -131 trilioni di yen a +83,3 trilioni, un ritorno in positivo per la prima volta dal 1989.
Secondo il Ministero delle Finanze, tra il 1996 e il 2005 il totale degli asset delle imprese non finanziarie passò da 1260,3 a 1301,4 trilioni di yen (+3,3%), mentre il totale delle passività scese da 1004,2 a 905,4 trilioni (-9,8%); il rapporto debiti/attività passò da 79,7% a 69,6%.
A causa delle politiche conservative del governo, lo sfoltimento del mercato fu arduo e le sofferenze bancarie continuarono ad accumularsi; il tasso di crediti inesigibili delle principali banche giapponesi raggiunse l’8,4% a marzo 2002. La Banca del Giappone fu obbligata a intervenire e, a marzo 2005, il parametro scese al 2,9%.
Osserviamo ora la performance dello yen.
Nel 1995, lo yen/dollaro si trovava ai livelli massimi; dal 1996 al 1997, la valuta iniziò a svalutarsi. Il tasso di cambio medio annuo dollaro/yen passò da 108,78 nel 1996 a 130,99 nel 1998: una svalutazione di circa il 17% in due anni (in valore yen/dollaro).
Era il periodo della crisi finanziaria asiatica: le valute regionali crollarono, solo nel 1997 rupia indonesiana, baht, won si svalutarono del 40-50% sul dollaro. Questi tre paesi non avevano sufficienti riserve per sostenere la propria valuta, la Corea dovette chiedere aiuto al FMI e solo così risolse la crisi.
Il Giappone, tuttavia, non mancava di dollari. Fino al 2010, mantenne un ampio surplus commerciale: dal 1,4% del PIL nel 1996 al 3% nel 1998 e al 3,5% nel 2002; le riserve ufficiali passarono da 217,9 a 419,7 miliardi di dollari, con asset netti esteri a circa 1,15 mila miliardi nel 1998.
Dal 1998 in poi, lo yen tornò ad apprezzarsi; dopo la crisi del 2008, sotto politiche monetarie ultra-espansive della Fed e indebolimento del dollaro, i tassi giapponesi non scesero più, e la funzione di bene rifugio trainò un nuovo apprezzamento dello yen, fino a livelli record intorno a quota 75 nel 2011.
La conclusione è semplice: nonostante la pesante crisi dei bilanci privati indotta dal real estate, l’export robusto, le massicce riserve e una Fed ultra-espansiva hanno tenuto lo yen forte.
Guardiamo ora la seconda fase: dal 2013 con l’Abenomics, lo yen si svaluta stabilmente.
Dopo il 2008 lo yen forte penalizzò le esportazioni giapponesi, e dal 2011 il Paese passò dal surplus a diversi anni di disavanzo commerciale. Nel 2012 Abe vinse le elezioni, varando l’Abenomics: espansione monetaria e fiscale per indebolire lo yen e rilanciare l’export.
Da novembre 2012 il mercato aveva già scontato la svalutazione: tasso medio annuo dollaro/yen da 79,82 nel 2012 a 121,05 nel 2015, con una svalutazione del 34% dello yen.
Durante questa fase, l’impatto reale della crisi immobiliare sull’economia era ormai ridotto, con le aziende uscite dalla crisi dei bilanci già dal 2005, iniziando anzi nuova espansione.
Abe puntava a stimolare l’export tramite un cambio più debole: tra il 2014 e il 2020 il passivo commerciale si è notevolmente ridotto, con tre esercizi in attivo. Dal 2015, lo yen ha persino accennato a un lieve recupero.
L’indebolimento dello yen nella prima fase di Abenomics (2013-2015) è dipeso soprattutto dalla Banca del Giappone e dalle sue politiche ultra-espansive, che hanno depresso i rendimenti, modificando i ritorni reali e scatenando forti deflussi di capitale e carry trade, con effetti depressivi sullo yen.
I dati mostrano che il Giappone è stato storicamente un esportatore netto di capitali, e tra il 2014 e il 2019 il deflusso netto è stato ai massimi storici a 20,4 trilioni di yen mediamente. Questo è stato il fattore principale della svalutazione dello yen in questa fase.
Dal 2020 al 2025, la crisi pandemica e quella petrolifera hanno colpito duramente l’economia nipponica. Nonostante la crescita dell’export, l’aumento del prezzo dell’energia ha gonfiato il deficit commerciale; parallelamente anche la posizione finanziaria e di capitale si è deteriorata. Pur con una certa divergenza recente tra differenziale di tassi USA-Giappone e cambio dollaro/yen, la loro somma ha accelerato la svalutazione rapida dello yen, arrivato quest’anno a 163,98, il minimo storico.
I dati mostrano che la correlazione tra differenziale di tasso USA-Giappone e cambio dollaro/yen è cresciuta negli ultimi anni: dal coefficiente 0,28 del 1990-2026 allo 0,74 dopo il 2021.
Cosa ci insegna l’esperienza giapponese?
Se export, debito estero e riserve non si deteriorano, uno shock immobiliare interno — per quanto danneggi i bilanci di privati e banche — non impatta fortemente il tasso di cambio.
Il deprezzamento dello yen è guidato soprattutto dalle politiche monetarie e dai flussi di partite correnti, capitali e conto finanziario.
Due temi meritano riflessione:
1. Il crollo della bolla immobiliare ha favorito la crescita delle esportazioni e quindi sostenuto lo yen?
Dal 1990 al 2006, lo shock immobiliare ha pesantemente colpito l’economia, eppure il Giappone ha mantenuto un surplus commerciale costante. Il declino della domanda interna ha portato a deflazione, calo dei prezzi, e quindi svalutazione reale efficace, favorendo forse l’export di beni?
2. Durante l’Abenomics, lo yen si è indebolito per la politica espansiva (quantitative easing), o per una reazione postuma della crisi immobiliare?
Se consideriamo l’Abenomics una reazione alle crisi immobiliare e del 2008, la svalutazione lo yen ne è almeno una compensazione posticipata. Senza l’Abenomics, lo yen si sarebbe svalutato ugualmente per carenza di domanda, deficit estero, deflussi di capitali?
II. Esperienza cinese
Tra il 2020 e il 2021 il governo cinese ha varato una severa stretta sul settore immobiliare, facendo precipitare il mercato:
Dal 2021 al 2025, gli investimenti nello sviluppo immobiliare sono scesi da 14,76 a 8,28 trilioni di yuan (-43,9%); le vendite di immobili da 18,19 a 8,39 trilioni (-53,9%); i finanziamenti alle imprese immobiliari -53,7%; i proventi per concessioni di terreni statali -52,3%.
La bolla giapponese ha colpito aziende reali, famiglie e banche; la crisi subprime USA la finanza globale; la flessione immobiliare cinese impatta soprattutto imprese del settore e filiera, finanze locali e banche.
Ma non vanno sottovalutati gli effetti sistemici: crisi di indebitamento della filiera, perdita di occupazione e reddito, riduzione valore collateral e asset, calo entrate fondiarie (fisco locale) e rischio debito locale, aumento sofferenze implicite per le banche, calo crescita macro e sue aspettative.
I dati di base: perdite contabili sulle residenze urbane dal 2022 al 2025 stimate in 77,5 trilioni di yuan (potenzialmente fino a 120 trilioni); deficit di ricavi per imprese real estate, arredamento ed elettrodomestici sui 30 trilioni; vuoto salariale nel settore edilizio fino a 1,53 trilioni; gap entrate fiscali e proventi collegati al territorio di 14,23 trilioni di yuan.
Nel primo semestre di quest’anno, la fase più pericolosa sul real estate appare superata: l’impatto ristretto sul PIL è sceso dallo 0,24% del 2022 allo 0,01%, ma lo shock immobiliare si trasmette ancora nel sistema macro — in particolare, nella recessione dei bilanci delle famiglie.
I dati mostrano che i mutui casa sono scesi da 38,80 a 37,01 trilioni di yuan (2022-2025); i prestiti alle famiglie si attestano a 83,28 trilioni con solo +0,5% anno su anno; nel primo semestre 2026 il settore si delevera completamente, mutui casa -3,8%, prestiti famiglie -1,3% a/a.
In Giappone la crisi dei bilanci aziendali è iniziata circa quattro anni dopo lo scoppio della bolla (dal 1995); in Cina la caduta degli investimenti privati e la crisi dei bilanci famigliari si manifesta anch’essa circa 4 anni dopo la crisi immobiliare.
Molti sottovalutano la distruzione sistemica provocata dalla recessione dei bilanci. In passato ho scritto riguardo al tema. Negli anni '90, economisti come Koo, Bernanke, Krugman hanno studiato i cicli macro proprio dai bilanci. Bernanke—lato offerta—ha teorizzato l'acceleratore creditizio e la trappola della liquidità, Koo—lato domanda—la recessione macro da crisi dei bilanci aziendali.
L’analisi di Koo prende come caso la bolla giapponese: il crollo dei prezzi immobiliari riduce i collaterali e la credibilità creditizia, le imprese non possono più indebitarsi; anche con tassi zero (la banca centrale portò i tassi a zero nel 1995), non si fa più debito, ma si accelera il deleveraging; quando tutte le imprese fanno così, crollano investimenti e crescita.
Nell’arco di dieci anni di crisi dei bilanci, lo yen prima è crollato, poi ha recuperato; la discesa forte del 1997-98 fu più effetto della crisi asiatica. Insomma, la crisi dei bilanci aziendali non ha inciso molto sul cambio yen/USD.
Dal 2021 dopo lo scoppio della bolla cinese, lo yuan/dollaro è sceso e poi risalito: il calo è dipeso prevalentemente dai rialzi Fed del 2022 — la crisi immobiliare è stata almeno una causa secondaria, se non terziaria in presenza di controlli sui capitali.
Oggi la Cina è in piena crisi dei bilanci famigliari, lo yuan si è rafforzato. Sia l’esperienza cinese che quella giapponese non supportano l’ipotesi che la recessione dei bilanci minacci la valuta.
Un’interpretazione diffusa è che il robusto export abbia compensato la crisi immobiliare.
I dati: dal 2021 al 2025, le esportazioni aumentano da 21,73 a 26,99 trilioni di yuan (+24,2%), le importazioni solo +6,4%; surplus commerciale da 4,37 a 8,51 trilioni (+94,8%). Rispetto al 2021, nel primo semestre 2026 l’export in dollari è cresciuto del 40%, in yuan del 50% cumulato.
Il crollo della domanda interna è stato compensato dall’export, che ha dato sostegno a manifattura e macroeconomia. Tuttavia, una correlazione tra export forte e valore in salita dello yuan non esiste — anzi, nel periodo lo yuan si è svalutato.
I dati: dal 2021 al 2025, surplus commerciale raddoppiato, cambio medio yuan/USD passato da 6,4515 a 7,1429, cioè una svalutazione del 10,7%.
Perché?
Come spiegato sopra, il motivo principale della svalutazione dello yuan è la politica aggressiva della Fed: l’effetto combinato con la crisi immobiliare ha ampliato il differenziale di rendimento tra asset US e cinesi. Nonostante l’export e il surplus record, le aziende esportatrici scelgono di non convertire in yuan una quota rilevante dei loro ricavi, preferendo la detenzione di asset in dollari: si stima che dal 2021 al 2025 il controvalore non convertito arrivi a quasi mille miliardi di dollari, causando deficit di conto capitale e finanziario.
I dati: nel 2025 il surplus di conto corrente è stato di 734,9 miliardi USD, ma il conto capitale e finanziario (inclusi errori e omissioni netti) ha registrato un deficit di 760,2 miliardi USD.
Quindi, un surplus crescente non implica svalutazione dello yuan: va considerata la combinazione di conto corrente, capitale e finanziario, ovvero i flussi effettivi — quindi i dati sulla vendita/acquisto di valuta da parte delle banche.
I dati: la correlazione tra il surplus delle transazioni bancarie in valuta e il tasso medio yuan offshore è solo di 0,19, ma sale a 0,79 dal secondo semestre 2025.
Da fine 2025, la propensione delle aziende esportatrici a convertire in yuan aumenta fortemente: lo yuan si apprezza in modo evidente.
Dato di fatto: tra dicembre 2025 e maggio 2026, il tasso di conversione delle esportazioni è passato dal 59% a oltre il 72%, e lo yuan ha recuperato da 7,04 a 6,78. Il surplus cumulato delle banche nella vendita/acquisto è stato di 289,4 miliardi di dollari tra gennaio-luglio 2026.
Ma perché da fine anno scorso la propensione a convertire in yuan è aumentata?
Nonostante il discorso sulla de-dollarizzazione, nello stesso periodo il differenziale US-Cina si è ampliato e il dollaro si è rafforzato.
Dai dati: tra 1 novembre 2025 e 29 settembre 2026, il dollaro index ha oscillato attorno a quota 100; il differenziale sui titoli decennali US-Cina si è allargato di 120 punti, fino ai -350bp attuali.
Risulta illogico dal punto di vista di mercato. La vera causa è la politica: stretta sui capitali, repressione di piattaforme tipo Futu, Tiger, Changqiao, obbligo di rimpatriare i capitali del cross-border e-commerce, stretta sulla tassazione dei redditi esteri dei residenti, ecc.
Come si può prevedere l’andamento futuro dello yuan?
III. Previsioni sui cambi
Quest’anno le previsioni su dollaro e oro sono andate bene, quella sullo yuan è stata errata. Il motivo principale è stato non aver considerato correttamente la forza dell’intervento politico. In effetti, questo ciclo di apprezzamento dello yuan è stato sorprendente, tanto che molti ora sono rialzisti a lungo termine sulla valuta cinese.
In sintesi, lo yuan è guidato da due partite: conto corrente e conto finanziario/capitale; entrambe fortemente influenzate dalle politiche.
La Cina, come grande esportatore e Paese coi capitali regolati, basa la forza dello yuan su export e surplus, mentre il tasso di cambio a sua volta influenza l’andamento delle esportazioni.
L’attuale superciclo export, dal 2020 ad oggi, è frutto combinato della crisi pandemica, di quella petrolifera e della politica macroeconomica.
Il Covid ha improvvisamente spezzato la supply chain in Occidente; la crisi dell’energia ne ha complicato il ripristino e indebolito la loro competitività. Pur avendo parzialmente ricostruito la catena, il costo rimane alto, vanificando il vantaggio competitivo. Abbiamo sottostimato le difficoltà di UE e USA nel ripristinare le proprie supply chain.
I dati: dal 2015 al 2022, l’andamento dei prezzi all’export di Cina, USA e Germania era simile; dopo il 2022, Cina diverge — prezzi export in calo rispetto agli altri due, con l’indice addirittura sotto i livelli 2015.
Inoltre, si è sottovalutato l’effetto delle politiche macro, soprattutto sull’andamento dei prezzi interni ed esteri.
Negli USA e in Europa la risposta pandemica ha privilegiato il sostegno ai consumi: sussidi cash di massa hanno mantenuto reddito e spesa, traducendosi in rapida inflazione e boom delle importazioni.
La Cina, invece, ha privilegiato l’aumento della produzione tramite maxi-investimenti industriali, incentivi sui terreni, crediti agevolati e sussidi in cash, spingendo fortemente la manifattura e la crescita delle esportazioni, che hanno contribuito a soddisfare la domanda occidentale.
Le politiche delle due sponde sono quasi perfettamente complementari, eppure entrambi si dichiarano insoddisfatti: l’Occidente teme la forza eccessiva della manifattura cinese, reagisce con la guerra commerciale; in Cina—specie tra i privati—la critica è che il sostegno agli investimenti ha lasciato indietro i redditi delle famiglie, causando surplus di capacità e carenza di domanda interna.
Il vero nodo che resta da esplorare è il primo tema evidenziato nell’esperienza giapponese: il crollo della bolla immobiliare ha favorito l’export, sostenendo il cambio?
La bolla erode la domanda interna e i prezzi, mentre la risposta politica post-shock e Covid stimola nuova capacità produttiva, generando eccedenze e deprimendo ulteriormente i prezzi.
In presenza di cambio nominale costante, i beni cinesi diventano più a buon mercato, cioè il tasso di cambio reale (efficace) si svaluta: con la stessa quantità di dollari, gli acquirenti esteri possono comprare più beni cinesi, e così si rafforza l’export.
I dati su Cina e Giappone confermano questa logica.
Se prendiamo il 1990 come anno base, l’indice nominale effettivo dello yen cresce del 14% fino all’agosto 2026, ma dopo il 1995, entrato in deflazione, l’indice reale effettivo scende cumulativamente del 48%.
La Cina segue una dinamica simile: prendendo come base il 2016, nominale e reale si muovono insieme fino al 2022, poi divergono — al 2026 il tasso nominale è salito del 6%, ma quello reale sceso del 12% per via dei prezzi interni in discesa.
Dunque, dal 2022, pur con un cambio nominale stabile contro il dollaro, il calo dei prezzi interni rispetto all’estero fa sì che il tasso reale scenda. Il significato: le aziende cinesi puntano sul prezzo, margini sottili e grandi volumi, cioè l’export forte trova così la sua origine.
La vera domanda è: lo shock immobiliare porta a una svalutazione dello yuan o a un suo rafforzamento?
Di norma, una crisi così profonda dovrebbe portare a svalutazione; ma dopo lo shock di domanda, il calo dei prezzi favorisce l’export e sostiene lo yuan. Questo crea confusione.
Ma se si distinguono “tasso nominale” e “tasso reale efficace”, la risposta è chiara.
Lo shock immobiliare riduce la domanda interna, fa calare i prezzi, deprime il tasso di cambio reale, stimola l’export e sostiene quello nominale; se la politica non riesce a ripristinare la domanda anzi espande la capacità, i prezzi interni scendono ancora di più, il tasso reale cala ulteriormente, l’export resta resiliente e, sotto i controlli sui capitali, anche il tasso nominale tende a rafforzarsi.
La domanda di fondo: questo andamento è positivo o negativo per l’economia?
Come visto, più la struttura è squilibrata (tanto investimento, poca spesa), più il vantaggio di prezzo è alto, più l’export è forte. Ma non è normale.
Se guardiamo il cambio nominale, gli asset cinesi si apprezzano; ma secondo il tasso reale, asset, beni, lavoro cinesi si svalutano. Questo modello export è “volume a basso prezzo”: più ricavi in valuta ma poco profitto, le aziende sono più impegnate e pagano meno, i lavoratori fanno più ore ma guadagnano meno.
Sorge la domanda: se non è redditizio, perché non escono dal mercato? La risposta è: i sussidi. Ogni anno incentivi su terreni, credito, fisco e cash per 3-4 trilioni di yuan. Ne segue: 1) uscita rimandata, la struttura peggiora: con i sussidi si continua a produrre di più, i prezzi scendono ancora; 2) trasferimento di costi, maggiore divaricazione dei redditi: i sussidi derivano da tasse e debito pubblico.
Così, più l’export è forte, più si aggravano gli squilibri strutturali. Molti pensano che un export robusto possa compensare il declino immobiliare: è sbagliato, perché erode le basi dell’economia, con effetti in ritardo anche sul cambio nominale.
Le conclusioni di questo articolo sono:
Primo, il tasso di cambio non è il termometro istantaneo del PIL. Dopo una crisi immobiliare, se export, debito estero e mercati finanziari sono ancora stabili, anche con crisi dei bilanci di imprese e famiglie il tasso di cambio non registrerà immediatamente il declino della domanda interna; solo se riserve e debito estero peggiorano la crisi interna diventa crisi valutaria; nel frattempo, lo shock immobiliare deprime i prezzi e il tasso reale, favorendo l’export.
Secondo, ciò non significa che “il crollo della bolla immobiliare favorisca l’export”. La crescita dell’export sotto shock immobiliare è il risultato naturale della discesa del tasso reale efficace, ma non risolve la domanda interna, anzi aggrava gli squilibri strutturali.
Terzo, le politiche macro, industriali e di controllo finanziario adottate per rispondere agli shock immobiliari sono determinanti per il tasso di cambio.
Se l’impatto immobiliare si trasmette ai bilanci bancari o i problemi strutturali penalizzano duramente l’economia, governo e banca centrale possono rispondere con espansione fiscale e monetaria (Abenomics): se il differenziale tassi interno/estero si amplia, la valuta si deprezza — cioè il cambio si adatta con ritardo allo shock immobiliare e al suo aggravamento strutturale.
Oggi, la politica di alti investimenti e grande capacità produttiva sostiene l’export tagliando i prezzi; nel contempo, la politica di controllo dei capitali favorisce il rafforzamento nominale dello yuan, ma il mix “export forte—yuan forte” si basa su “prezzi bassi, profitti bassi, tasso reale efficace basso”.
La vera soluzione strutturale è cambiare modello: dare più peso alla domanda, sostenere il consumo, la crescita dei redditi e della domanda interna invece di soli investimenti, capacità produttiva ed export.
Infine: la previsione sull’andamento nominale dello yuan.
È chiaro che la Cina manterrà la strategia di elevati investimenti e produzione — sebbene la crescita degli investimenti in asset fissi rallenti, i sussidi al consumo ancora mancano, mentre l’export rimane resiliente, il rischio debito estero è piccolo, le riserve e gli asset esteri sono grandi; su questa base il cambio yuan/dollaro non fluttuerà molto, e lo yuan non si deprezzerà in modo significativo per via della crisi immobiliare, ma solo secondo la propensione delle aziende a convertire valuta, modulata tra mercato e politiche.
Il governo cinese non guiderà cicli aggressivi di apprezzamento dello yuan, puntando piuttosto su stabilità: quando il differenziale di tasso si amplia a sfavore dello yuan, i controlli si stringono e i “fattori controciclici” si fanno negativi per evitare un indebolimento eccessivo; quando il differenziale si riduce, la politica è più tollerante e i fattori controciclici tornano positivi per evitare un rafforzamento eccessivo.
Prevedo che nel 2027 lo yuan si indebolirà sul dollaro USD/CNY verso quota 7,0.
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