Un deficit di 70GW di energia elettrica! La rete elettrica americana, i cittadini e i giganti dell’AI: qualcuno deve cedere, investimenti di capitale enormi impossibili da realizzare.
Secondo le stime di Morgan Stanley, anche esaurendo tutte le soluzioni come energia nucleare e celle a combustibile, il deficit netto rimane di 43 GW. Più problematico ancora, il prezzo delle turbine a gas è triplicato, i tempi di consegna per i grandi trasformatori arrivano fino a quattro anni e la carenza di manodopera fissa il limite massimo di capacità IT da installare al 2030 a 142 GW. Nel frattempo, nel 2023 sono già stati cancellati o posticipati progetti di data center per oltre 156 miliardi di dollari e il 70% degli americani si oppone alla costruzione di data center nelle proprie comunità. Gli ostacoli politici stanno spingendo gli enormi investimenti di capitale nell’AI verso un punto morto.
La crescita esplosiva dell'intelligenza artificiale si sta scontrando violentemente con i limiti fisici della rete elettrica statunitense, generando un enorme gap di elettricità che rappresenta una minaccia concreta ai piani di espansione delle infrastrutture dei giganti tecnologici globali. La grave discrepanza tra domanda e offerta significa che le enormi spese in conto capitale attese dal mercato per l'AI rischiano seriamente di non realizzarsi, mentre la lotta tra rete elettrica, cittadini e giganti tecnologici è giunta a un punto di massimo scontro.
Secondo le ultime stime dell'analista Stephen Byrd di Morgan Stanley, gli sviluppatori di data center statunitensi si troveranno ad affrontare fino a 70GW di carenza energetica entro il 2028. Anche esaurendo tutte le potenziali soluzioni – compresi nucleare, celle a combustibile e lo spostamento parziale della domanda verso l’Asia – il gap netto resta comunque a 43GW. Questa cifra è più che raddoppiata in appena un anno, sottolineando i vincoli fisici allo sviluppo dell’industria AI.

Questo squilibrio tra domanda e offerta sta rapidamente rimodellando la valutazione di mercato e i flussi di capitale. Da un lato, i fornitori di apparecchiature che possono offrire soluzioni di “time to power” godono di premi elevatissimi e i prezzi di dispositivi-chiave come le turbine a gas sono triplicati; dall’altro, con la crescita dei costi dell’elettricità e il rafforzarsi dell’opposizione locale, il mercato creditizio diventa selettivo nei confronti dei debiti collegati all’AI. Gli investitori temono sempre di più che alcuni dei giganteschi progetti di costruzione di data center saranno infine rinviati o cancellati.
Con l’aumentare dei costi elettrici, il malcontento della popolazione verso la costruzione di nuovi data center negli Stati Uniti è sempre più forte e diversi governi statali hanno iniziato a bloccare le approvazioni per i progetti. Il mercato affronta una realtà brutale: o i giganti tech saranno costretti a ridimensionare i loro piani ambiziosi di capacità, oppure dovranno sobbarcarsi ritardi e costi senza precedenti per ottenere energia.
Sebbene i dati più recenti della US Energy Information Administration (EIA) mostrino che la rete statunitense a settembre ha registrato la crescita di capacità più forte da dieci anni, questa cifra nasconde una crisi strutturale più profonda. Le nuove tipologie di capacità, la posizione geografica e i tempi di connessione alla rete non sono affatto in linea con le esigenze, ininterrotte 24 ore su 24, dei data center. L’intero settore è intrappolato in una molteplicità di colli di bottiglia: scarsità di apparecchiature, carenza di manodopera e resistenza politica.
70GW di gap: il vincolo più importante resta l’energia
L’indagine AlphaWise di Morgan Stanley individua chiaramente il cuore della crisi.
I dati mostrano che la "velocità di accesso all’energia" è il primo ostacolo segnalato dagli operatori di data center nel mondo, pesando per il 27%; negli Stati Uniti la percentuale sale al 45%, ben oltre qualsiasi altro paese. "La disponibilità di terreni già alimentati" si posiziona seconda, con gli Stati Uniti ancora primi con il 26%.

La struttura di calcolo di Morgan Stanley è la seguente: gli sviluppatori di data center statunitensi necessiteranno complessivamente di 116GW entro il 2028. I progetti in costruzione (inclusi quelli con alimentazione indipendente) coprono 25GW, gli accessi disponibili alla rete altri 21GW; così si genera un gap lordo di 70GW. Se si aggiungono le soluzioni di “fornitura rapida” – siti idonei per centrali nucleari (2GW), turbine e motori già annunciati (20GW), celle a combustibile Bloom (5GW), domanda deviata verso l’Asia (5GW) – il gap netto resta a 38GW, circa il 33% della domanda totale di energia.

Il team US Data Center di Morgan Stanley riformula i dati dal punto di vista delle utility: domanda a 180GW vs offerta a 137GW nel 2028, con un gap di 43GW quasi triplicato rispetto agli attuali 15GW.

Domanda in forte crescita e offerta “inefficace”: il mismatch strutturale della rete elettrica
Le banche d’affari di Wall Street stanno alzando le aspettative di domanda energetica come mai prima d’ora.
L’analista di Bernstein Sunaina Ocalan ha portato la stima CAGR della domanda elettrica statunitense fino al 2030 dal 3% al 4%.

L’istituto prevede che tra il 2025 e il 2030 la domanda energetica degli USA crescerà di circa 1000 TWh, oltre metà dei quali generati dai data center.

Secondo i modelli di Goldman Sachs, la domanda di energia dai data center statunitensi salirà dai 39GW del 2025 a 108GW nel 2030.

Tuttavia, il mismatch strutturale lato offerta rende questa crescita molto fragile. Secondo Goldman Sachs, a settembre negli USA sono stati aggiunti 5,6GW di capacità netta, principalmente da solare (3,0GW) e storage a batteria (1,6GW). Tuttavia, per i data center che lavorano 24/7 il capacity factor del solare è solo il 25%: non può offrire energia di base stabile.
La costruzione di centrali a gas naturale, adatte a questo scopo, è invece molto indietro rispetto alle tempistiche. A settembre, i nuovi impianti a ciclo combinato (base load) hanno aggiunto zero capacità. Goldman Sachs evidenzia che i nuovi impianti a gas entreranno in funzione solo fra il 2028-2030, troppo tardi per il picco del gap previsto da Morgan Stanley. Questo disallineamento temporale significa che nei prossimi anni la rete non potrà fornire abbastanza energia adatta a sostenere l’espansione dell’AI.
I doppi vincoli della catena di approvvigionamento e dell’occupazione
Anche con fondi a disposizione, le catene di fornitura fisiche e la carenza di manodopera rappresentano barriere difficilmente superabili.
Sul fronte delle apparecchiature, Morgan Stanley indica che gli ordini di turbine a gas GE Vernova sono pieni fino al 2029 e il prezzo è salito da 1000 a 3000 dollari per kW rispetto all’inizio del decennio. Per i grandi trasformatori serve attendere 3-4 anni, per gli interruttori 1-2 anni. L’aumento generale dei costi delle apparecchiature fa schizzare il costo di costruzione dei data center, che secondo le stime salirà da 30 miliardi a 50-60 miliardi di dollari per GW entro fine decade.
Ancora più critico del problema apparecchiature è quello delle risorse umane. Goldman Sachs calcola che entro il 2030 il settore energia USA avrà bisogno di oltre 500.000 nuovi lavoratori. Anche nello scenario più ottimistico di formazione, il segmento trasmissione e distribuzione avrà una scarsa di 78.000 tecnici nel 2030.

Il modello sviluppato dall’analista Bernstein Chad Dillard, sulla base della capacità fisica degli elettricisti, idraulici e tecnici HVAC attuali, indica che la mancanza di manodopera potrebbe essere il vincolo più stringente, limitando la capacità IT installabile nel 2030 a 142GW, molto meno delle attese di mercato.

L’auto-aiuto dei giganti e l’ascesa del power "behind the meter"
Di fronte alla lentezza della rete, i big tech stanno adottando strategie di auto-aiuto eludendo la rete tradizionale. Goldman Sachs stima che nel 2030 il behind-the-meter (BTM, cioè alimentazione diretta senza passare dalla rete pubblica) coprirà il 25% dei data center. Morgan Stanley è ancor più aggressiva: nel 2030 la domanda BTM USA arriverà a 47GW.
Nello scenario di base Morgan Stanley prevede 20GW di nuove turbine a gas e motori BTM entro il 2028 (range 6-38GW), con altri 6GW in costruzione e 6GW di celle a combustibile Bloom. Il team US Data Center monitora ordini dai produttori per 25-30GW dal 2026 al 2028 e si attende che gli sviluppatori possano aggiungere almeno 15GW di capacità BTM l’anno a partire dal 2028. Ma anche la combinazione di soluzioni “quick power” più ottimistica lascerà comunque un gap netto di 17GW (38GW nello scenario base).

L’energia nucleare sta diventando un’altra opzione molto richiesta. Google, Amazon e altri big hanno recentemente siglato accordi con i grandi operatori come Constellation, cercando elettricità tramite il riavvio di reattori esistenti o incrementando la capacità già installata. Tuttavia, queste soluzioni hanno orizzonti lunghissimi. Morgan Stanley sottolinea che per le nuove centrali nucleari servono circa 15 anni, mentre i piccoli reattori modulari (SMR) non saranno commercializzati prima della metà del prossimo decennio, ben oltre il 2028.
In tutto questo, i giganti tecnologici si dimostrano quasi insensibili al prezzo dell’energia. Dalle analisi di Morgan Stanley emerge che anche un aumento del 17% del prezzo dell’elettricità (da 120 a 140 $/MWh) riduce il ROE di un data center AI da 100MW solo di circa 60 punti base, mantenendolo comunque oltre il 30%. Questa insensibilità ai prezzi trasferisce la pressione su contribuenti e reti elettriche pubbliche.

Ribellione popolare e ostacoli politici: chi pagherà il conto?
I giganti tech sono disposti a pagare bollette salate, ma comuni cittadini ed elettori non vogliono accollarsi questi oneri. Morgan Stanley stima che quest’anno i prezzi elettrici globali siano saliti di circa il 20%. Nelle ultime quattro aste di capacità del PJM (il principale operatore di rete regionale USA), i data center hanno rappresentato il 46% dei costi.
Il boom dei prezzi ha scatenato una forte reazione politica. Secondo l’ultimo sondaggio Gallup, il 70% degli americani è contrario alla costruzione di data center nella propria comunità, opposizione trasversale a tutte le aree politiche. I governi statali si stanno muovendo: il Texas ha ordinato a settembre una sospensione delle nuove costruzioni di data center e un audit su tutti i progetti nella pipeline ERCOT (la rete texana); la Pennsylvania ha cancellato le corsie preferenziali per le autorizzazioni; lo Stato di New York ha bloccato le autorizzazioni ambientali per data center sopra i 50MW.

L’ostilità politica sta causando il blocco delle spese in conto capitale. Secondo Morgan Stanley, nel 2023 circa 156 miliardi di dollari di progetti data center sono stati cancellati o rimandati, nel primo trimestre 2024 la cifra è di 130 miliardi. Con l’emissione di debito legato all’AI arrivata a 471 miliardi quest’anno, il mercato creditizio è sempre più prudente.
In assenza di energia fisica sufficiente, i piani colossali di spesa in conto capitale rischiano una forzata sospensione. Con i data center che nel 2030 consumeranno un settimo dell’energia statunitense, il compromesso tra rete elettrica, popolazione e giganti dell’AI sarà inevitabile: una parte dovrà necessariamente cedere.
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